Di tutto ciò che la casa produsse in quasi due secoli, i profumi, i saponi, le ciprie più fini, il prodotto che ancora oggi la maggior parte delle persone cerca è una lozione per capelli che, per tutto quanto la medicina oggi comprende, non poteva fare ciò che prometteva. Vale la pena dirlo con chiarezza, e vale la pena dire con altrettanta chiarezza che non è una macchia sulla casa. L'Acqua di Chinina, l'acqua al chinino di Migone per il cuoio capelluto, apparteneva alla sua epoca tanto quanto l'illuminazione a gas e il tram a cavalli, e per comprenderla bisogna incontrarla lì.
Per capire perché suonasse credibile, si parta dall'ingrediente. Il chinino, la chinina, si estrae dalla corteccia della china sudamericana, l'«albero della febbre» la cui polvere i missionari gesuiti portarono fuori dal Perù negli anni Quaranta del Seicento come la prima vera cura contro la malaria. Per due secoli fu tra le sostanze più prestigiose di tutta la medicina; intorno al 1650 il medico genovese Sebastiano Bado la giudicò più preziosa per l'umanità di tutto l'argento che la Spagna aveva tratto dalle Ande. Quando, nel 1820, due chimici francesi ne isolarono il principio attivo e lo chiamarono chinino, non fecero che confermare ciò che l'Europa già credeva: che si trattava di uno dei farmaci miracolosi dell'epoca.
Una sostanza con quella fama non restò nell'armadietto dei medicinali. Verso la metà dell'Ottocento il chinino passò alla toeletta, e l'acqua al chinino per i capelli divenne una delle grandi categorie commerciali dell'epoca: la casa parigina Ed. Pinaud propose un'Eau de Quinine negli anni Cinquanta, e nel giro di una generazione non c'era quasi profumiere in Europa o nelle Americhe che non ne avesse una. Il ragionamento non era da imbroglioni. Se la corteccia poteva spezzare una febbre, di certo poteva risvegliare un cuoio capelluto pigro, e c'era una sensazione a dimostrarlo: il chinino è astringente e lievemente pungente, e per il cliente quel formicolio energico pareva esattamente la radice richiamata alla vita.
Non stava facendo nulla del genere, s'intende. Come il bay rum e gli estratti di coleottero venduti accanto ad essa, l'acqua al chinino era un tonico nel senso antico, energico, profumato, e rimedio di nulla. Nessuna legge del tempo esigeva che un rimedio fosse dimostrato, e nessuno di questi lo era. Non è un'accusa propria di Migone: è la semplice verità su un intero scaffale della farmacia ottocentesca, e secondo i criteri di quello scaffale un'acqua al chinino non era né frode né follia, ma ordinario buon senso.
Ciò che distingueva Migone non era la chimica ma la voce. La sua Acqua di Chinina era pubblicizzata con la piena sicurezza dell'epoca, e la sua frase più citata, Sorgi, o Calvo, accanto all'immancabile prima e dopo, la testa spoglia e la chioma restituita, era la nota più memorabile della campagna, ma tutt'altro che l'unica. Le inserzioni erano ovunque, per anni, finché promessa e prodotto non divennero semplicemente parte della stampa italiana, ed è così che moltissimi italiani incontrarono per la prima volta la parola Migone: non su una boccetta di profumo, ma in un'inserzione di giornale.
La scala è difficile da sopravvalutare. Stando alla sua stessa pubblicità, la Chinina vendeva circa cinque milioni e mezzo di bottiglie all'anno, un «successo mondiale» stampato in francese, inglese e spagnolo e spedito, come vantavano i fogli, in ogni angolo della terra. E si vendeva a tutti. La stessa acqua diceva a una donna che i suoi capelli erano la corona della sua bellezza e prometteva a un uomo lo stesso per i propri, barba compresa; veniva raccomandata alle madri per i loro figli e offerta ai calvi come un piccolo miracolo. Si vendeva profumata, inodora o al petrolio, presso farmacisti, profumieri, droghieri e parrucchieri, e perorava la sua causa tanto in versi rimati quanto nel linguaggio di un medico. Per una lozione che non faceva nulla, era commercializzata come un impero.
La lozione andò oltre la fama. Quando la casa registrò il proprio indirizzo telegrafico, la parola in codice con cui un'impresa riceveva i telegrammi, non scelse il proprio nome. Scelse quello del prodotto. I telegrammi allo stabilimento di Via Ripamonti erano indirizzati a MIGONCHINA. La lozione era diventata, nel senso più letterale, il nome della casa sul filo.
E la promessa si rivelò stranamente tenace. Un'acqua al chinino per i capelli non è un pezzo da museo: ancora oggi, entrando in una farmacia, si trovano shampoo al chinino sullo scaffale, venduti per rinforzare il capello e rallentarne la caduta, su prove poco più solide di quelle di Migone. La pretesa è diventata più modesta, rallentare la caduta anziché resuscitare i morti, ma il principio attivo è lo stesso, e così la speranza. Quella promessa non era la fine di una superstizione, ma l'inizio di una che non è mai davvero morta.
Ogni casa che dura abbastanza a lungo accumula uno scaffale che oggi non terrebbe più. L'Acqua di Chinina appartiene alla storia reale di Casa Migone quanto qualsiasi medaglia o profumo, e si legge meglio come fu vissuta: la sicurezza ordinaria di un'epoca che non aveva ancora imparato a chiedere a un rimedio le sue prove. Non c'è dunque bisogno di ammirare la promessa, né di vergognarsene. In un tempo in cui una casa viveva o moriva a seconda che il pubblico ne conoscesse il nome, questa piccola boccetta scura portò «Migone» nella vita di milioni di persone comuni e ve lo mantenne per decenni, sopravvivendo perfino alla casa che l'aveva prodotta: l'Acqua di Chinina fu venduta con il nome Migone fino agli anni Sessanta, anni dopo la chiusura di Casa Migone. Non fece crescere un solo capello. Fece crescere il nome.
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