Diario

Breve storia della profumeria italiana

Molto prima che «profumo» significasse Parigi, significava Italia. Il profumo alcolico, il guanto profumato, l'acqua di colonia agli agrumi, il primo libro di ricette a stampa: tutto fu messo a punto nelle città mercantili e nelle corti della penisola italiana, e di lì portato in tutta Europa. Raccontare la storia di una casa milanese fondata nel 1778 significa raccogliere un filo di una trama molto lunga. Questa è la trama.

La tavolozza del mercante: Venezia

Frontespizio dei Notandissimi secreti de l'arte profumatoria di Giovanventura Rosetti, edizione veneziana del 1560, con marca tipografica e il motto ET ANIMO ET CORPORI
Il primo manuale a stampa di profumeria: Giovanventura Rosetti, Notandissimi secreti de l'arte profumatoria (prima edizione Venezia 1555; qui l'edizione del 1560). Per gentile concessione della Wellcome Collection, Londra.

La prima capitale europea del profumo fu Venezia, e la ragione era il carico. A cavallo delle rotte marittime verso il Levante e l'Oriente, la Repubblica era la porta attraverso cui le materie prime del profumiere raggiungevano l'Occidente: muschio dall'Himalaya, ambra grigia dall'Oceano Indiano, benzoino e canfora da Sumatra, chiodi di garofano e noce moscata dalle Molucche, zibetto, sandalo e incenso, l'intera tavolozza esotica che un banco di lavoro europeo non poteva altrimenti ottenere. Per secoli il profumiere di Parigi o di Anversa compose, in pratica, ciò che Venezia aveva sbarcato.

Da quell'abbondanza nacque un mestiere. I profumieri veneziani erano detti muschieri, dal muschio che percorreva le loro ricette, e nel 1555 uno di loro che ne conosceva l'arte, Giovanventura Rosetti, pubblicò in città i Notandissimi secreti de l'arte profumatoria, il primo libro a stampa sulla profumeria del mondo occidentale: più di trecento ricette di lavoro per oli e acque profumate, paste e moscardini, le palle da pomo dette balle, grani profumati infilati come paternostri, perfino uccelletti profumati modellati in pasta. Ciò che era stato un segreto di corporazione era ora un libro che chiunque poteva comprare.

E le mani che facevano il profumo facevano molto altro dagli stessi scaffali. I profumieri veneziani lavoravano accanto agli spezieri, gli speziali che dividevano una corporazione con i medici fin dal Medioevo e che componevano, dalle stesse radici e resine importate, medicina e cosmetico e, per un cliente pagante, veleno. Profumiere, speziale e avvelenatore erano un solo mestiere, separati soltanto dalla dose e dall'intenzione. È il primo affiorare di un tema che attraversa tutta questa storia: un profumo nasceva come stretto parente di una medicina.

La corte e il chiostro: Firenze

Dipinto di un laboratorio alchemico rinascimentale affollato di alambicchi, ampolle e mortai, con figure al lavoro e Francesco I de' Medici tra loro
La fonderia granducale al lavoro: Giovanni Stradano (Jan van der Straet), Lo studio dell'alchimista, 1570, con Francesco I de' Medici tra alambicchi e mortai. Studiolo di Francesco I, Palazzo Vecchio, Firenze.

Se Venezia forniva le materie, Firenze forniva l'ambizione. Nel 1555 il duca Cosimo I, studioso di alchimia per tutta la vita, fondò una fonderia, un laboratorio di distillazione, in Palazzo Vecchio; suo figlio Francesco I la trasferì al Casino di San Marco e la riempì di distillatori, alchimisti e artisti che lavoravano fianco a fianco su profumi, medicine e i segreti della porcellana e del cristallo di rocca. Il dono profumato divenne uno strumento dell'arte di governo medicea, deliberato quanto un ritratto.

Accanto alla corte lavorava il chiostro. Fin dal Duecento i frati domenicani di Santa Maria Novella tenevano un orto dei semplici e una spezieria conventuale; la loro officina, ancora in attività, è spesso detta la più antica del mondo, ed è una profumeria che non ha mai smesso di essere una farmacia. Fu in questo mondo che si compì uno dei progressi decisivi: il passaggio dai profumi portati in olio e aceto, che presto irrancidivano, ai profumi portati in spirito di vino, cioè in alcol, che restava limpido e si conservava. Il profumo moderno comincia lì.

La storia che raccontiamo: Caterina de' Medici

Ritratto di una giovane Caterina de' Medici in abito bianco, capelli rosso-oro con acconciatura ingioiellata, con iscrizione Caterine de Medicis Reine de France
Caterina de' Medici, poi regina di Francia, ritratta giovane. Pittore anonimo, prima metà del XVI secolo. Museo di Belle Arti, Budapest.

La storia che l'Italia racconta meglio appartiene a questa Firenze. Nel 1533 la quattordicenne Caterina de' Medici sposò il futuro Enrico II di Francia e, così vuole il racconto, portò il profumo oltre le Alpi: casse di guanti profumati e il suo profumiere personale, un fiorentino ricordato come Renato Bianco, René le Florentin per i francesi, cui si attribuisce l'Acqua della Regina, l'acqua agli agrumi della regina, prodotta a Firenze ancora oggi. Come quasi tutte le belle storie, è stata migliorata nel racconto. I guanti avvelenati della leggenda appartengono al romanzo, non al documento, e la Francia non imparò a profumarsi da una sola sposa adolescente. Ciò che regge alla verifica è migliore, perché è vero ed è strutturale: nel Cinquecento l'alta profumeria correva dall'Italia verso l'esterno, e il profumiere italiano a una corte straniera, depositario di formule che il resto d'Europa non aveva ancora, era una figura reale e ricorrente. Caterina non è l'eccezione. È l'emblema.

Il guanto profumato, e la via per Grasse

Incisione della bottega di un guantaio: due artigiani a un tavolo tagliano la pelle, con scaffali di merce e guanti appesi al muro
La bottega di un guantaio, dalle tavole dell'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert (Recueil de planches, anni 1760). I guantai profumavano la pelle che lavoravano, e dal loro mestiere nacquero i profumieri di Grasse.

Un solo oggetto tiene insieme la storia antica: il guanto. La pelle fine puzzava della conceria che l'aveva prodotta, e il rimedio era soffocarne l'odore nel profumo, così in tutta l'Europa rinascimentale il guantaio e il profumiere divennero, molto spesso, lo stesso artigiano. Nella cittadina provenzale di Grasse quel connubio si indurì in un'industria; i suoi gantiers-parfumeurs, i guantai-profumieri, col tempo lasciarono i guanti e tennero il profumo, piantando i campi di gelsomino, rosa e tuberosa che fanno di Grasse la capitale delle materie prime ancora oggi. Fu in quella tradizione che un giovane di nome Angelo Migone imparò il mestiere prima di aprire una piccola profumeria a Milano nel 1778, lavorando con fiori freschi portati su da Genova, acqua di rose, acqua di fiori d'arancio e sapone. La linea che comincia in una corte fiorentina e su una riva veneziana corre, attraverso un guanto provenzale, fino a un banco milanese.

L'acqua di colonia portata a nord

C'è una coda che il mondo archivia sotto il nome di un altro paese. Alla fine del Seicento un uomo della Val Vigezzo, una valle alpina presso il Lago Maggiore che ai suoi tempi non apparteneva al Piemonte ma al Ducato di Milano, portò il mestiere delle sue montagne in Germania: Gian Paolo Feminis si stabilì a Colonia e produsse uno spirito profumato che chiamò Aqua Mirabilis, «acqua meravigliosa». I suoi parenti e successori della stessa valle, la famiglia Farina, ne fecero un profumo e un nome, e «Eau de Cologne» è semplicemente il francese per la città in cui questi emigranti italiani vendevano la loro invenzione italiana. Il più celebre profumo tedesco della storia fu fatto da uomini delle montagne sopra Milano, una vicenda dalla origine intricata tutta sua.

Il secolo industriale

L'Ottocento cambiò la scala di ogni cosa. Il vapore, la ferrovia, il giornale illustrato e, alla sua fine, la luce elettrica trasformarono la bottega del profumiere nella fabbrica del profumiere. Un'Italia da poco unita e in via di industrializzazione fece crescere un moderno commercio di cosmetici con le sue capitali al nord, case che fabbricavano sapone, cipria, acqua per capelli e profumo a casse, per un mercato nazionale e d'esportazione. Migone, fondata nel 1778, era fra le più antiche, e non era sola. A Firenze il farmacista inglese Henry Roberts fondò nel 1843 la casa che divenne Manetti & Roberts, e nel 1878 lanciò una polvere di talco e acido borico che chiamò Borotalco, ancora oggi sugli scaffali italiani. A Parma, Lodovico Borsari rilevò nel 1870 la formula della Violetta di Parma, la violetta legata alla memoria di Maria Luigia, vedova di Napoleone e duchessa della città, e ne fece una delle prime vere industrie profumiere d'Italia.

Intanto il profumo stesso cambiava nella boccetta. Dagli anni Sessanta dell'Ottocento la chimica degli aromi cominciò a sintetizzare le molecole dietro gli odori familiari: la cumarina, il profumo del fieno appena tagliato, nel 1868; la vanillina nel 1874; e nel 1893 gli iononi, che catturarono per la prima volta l'odore della violetta e diedero a un profumo come la Violetta di Parma un cuore sintetico. Le nuove molecole non sostituirono i campi di gelsomino e le radici di iris; presero posto accanto a essi, e nacque il profumo moderno, in parte giardino e in parte laboratorio. È esattamente qui che Migone trova il suo posto: radicata nel mestiere del 1778, cresciuta in una casa industriale milanese che distillava il proprio iris ed esportava in cinque continenti, una delle imprese che portarono la profumeria italiana fuori dalla spezieria e dentro il Novecento.

L'eclissi, e il ritorno

Per gran parte del Novecento il filo rischiò di spezzarsi. Due guerre, un mercato mutato e l'ascesa delle grandi case francesi e poi multinazionali spinsero l'antico mestiere italiano ai margini, e a uno a uno i suoi nomi storici si spensero: Migone chiuse nel 1955, altri prima e dopo di essa, finché «profumo» non appartenne, nell'immaginario comune, alla Francia. Alcuni resistettero, Santa Maria Novella non si fermò mai, Borsari e i fabbricanti del Borotalco proseguirono, ma la lunga tradizione italiana scivolò, per un paio di generazioni, fuori dalla vista. Anche il fare il profumo si spostò altrove, dalla bottega del profumiere al laboratorio e alla multinazionale, così che perfino un profumo italiano era ormai probabilmente composto altrove.

Poi, negli ultimi decenni, il filo è stato ripreso. Una fitta nuova generazione di case italiane di nicchia e artigiane, raccolte attorno a Firenze, Milano e Bologna, ha riportato il paese a essere uno dei punti di riferimento della profumeria artistica, e il suo comparto in più rapida crescita, proprio tornando a ciò di cui questa storia è sempre stata fatta: il gelsomino di Grasse, l'iris fiorentino, gli agrumi di Sicilia, le materie più fini e la pazienza di usarle bene. Il patrimonio non se n'era mai davvero andato. Aspettava di essere raccolto.

Il lungo filo

La storia del profumo italiano non è una sola età dell'oro, ma un lungo filo: il muschio e l'ambra grigia su una riva veneziana, il primo libro a stampa dei profumi, la fonderia degli alchimisti e l'alambicco dei frati, i guanti della regina che vanno a nord, il guantaio fattosi profumiere a Grasse, la valle di montagna che diede al mondo l'acqua di colonia, le fabbriche del nord con le loro medaglie e le loro casse, e i creatori che oggi lo riprendono. Il lavoro della Fondazione è una piccola parte del tenerlo: mantenere un solo filo lungo duecentocinquant'anni abbastanza fermo perché l'intera trama torni più facile da vedere.

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